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Attacchi di Panico e Disagio Sociale

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Da Pan deriva la parola panico. Il panico, una paura incontrollata, ingestibile, che assale la persona e la immobilizza, la mette in uno stato d’incapacità di agire. Nella mitologia greca, il dio Pan, metà uomo e metà caprone, spirito di tutte le creature naturali, si aggirava nelle foreste, inseguiva le ninfe e metteva loro paura. Arrivava all’improvviso e ogni volta cambiava aspetto travestendosi, era quindi molto difficile sottrarsi agli incontri con lui perché lo si riconosceva sempre dopo. Poi, altrettanto repentinamente, se ne andava, lasciando dietro di sé un senso di ansia e di inquietudine per la paura di poterlo nuovamente incontrare, senza sapere quando né perché. Come una visita di Pan, apparentemente inspiegabile, l’attacco di panico compare all’improvviso, senza causa apparente: si comincia a tremare, aumenta il battito cardiaco, ci si sente soffocare e si ha il terrore di impazzire, di morire o di perdere il controllo. Anche in questo caso, nonostante queste sensazioni, non accade nulla di simile, non si muore, non si impazzisce e il controllo lo si perde solo momentaneamente a causa della grande paura che lo stesso panico provoca. Poi il panico sparisce ma rimangono l’ansia e l’inquietudine al pensiero che un evento simile possa ripresentarsi, senza nessuna possibilità di prevederlo. L’attacco di panico sembra proprio un attacco del dio Pan. La paura di ritrovarsi sue prede porta spesso le persone a mettere in atto condotte di evitamento e di isolamento, piuttosto che rischiare di doverlo di nuovo affrontare. Così si evitano luoghi specifici dove si potrebbe incontrarlo, situazioni particolari nelle quali il dio Pan potrebbe essere presente, relazioni con persone estranee perché potrebbe essere lui che si presenta sotto mentite spoglie. Ma se il dio Pan rappresenta l’istinto in tutte le sue forme, dobbiamo chiederci se la sensazione di panico che si prova durante un attacco non riguarda proprio la paura di queste forze naturali che abbiamo dentro ma che non riusciamo più ad integrare e con cui non ci è più possibile entrare in contatto. L’attacco di panico, incomprensibile, non inseribile quale evento della quotidianità di chi ne soffre, spiazza, sconvolge, distoglie e disorienta. La prima e spesso unica reazione è quella di scacciarlo e possibilmente di eliminarlo in maniera permanente, mettendo in atto condotte di evitamento, prendendo farmaci, andando in terapia per combattere ed eliminare rapidamente il sintomo, senza la capacità di fermarsi e stare nella situazione che l’ha generato, in maniera consapevole, per coglierne gli aspetti creativi di innovazione e di cambiamento. Facendo riferimento alla società ed al modello di vita del mondo occidentale, in cui si registra un’incidenza sempre maggiore di attacchi di panico, possiamo notare come la maggior parte delle persone trascorra quasi tutta la l’esistenza nel tentativo di omologarsi a modelli preconfezionati ed accettati a priori. Ci si ritrova a vivere all’interno di un mondo precostituito, preselezionato e preinterpretato, in cui l’individuo singolo non ha altra possibilità che l’accettazione e di conseguenza la perpetuazione del modello sociale dominante. Quello che viene richiesto in modo sempre più pressante, è di essere efficienti e produttivi. Produciamo e consumiamo in maniera compulsiva, consumando abbiamo necessità di produrre per rimpiazzare ciò che abbiamo consumato, svincolando l’atto di consumo dal bisogno reale ma anzi, facendo diventare bisogno primario il consumo stesso. Nasciamo, viviamo e moriamo in una società consumista, in cui tutto ciò che è considerato normale e socialmente accettato, è finalizzato al mantenimento del sistema, ciò che invece se ne discosta e lo mette in discussione, minacciandolo, diventa qualcosa di pericoloso, da contrastare e da spazzare via, o quanto meno di anomalo, da isolare e curare, come nel caso della malattia mentale. Il lavoro stesso, pilastro della nostra identità, è diventato il cardine di questo sistema. La maggior parte della forza lavoro nei paesi industrializzati occidentali, è impegnata per la grossa parte della propria vita lavorativa, in attività stressanti, routinarie, spersonalizzanti, finalizzate all’ottimizzazione della produzione o dei servizi ad essa correlati, in una logica dominata esclusivamente dal profitto, ricevendo in cambio semplicemente una maggiore possibilità di accesso al consumo. In questo modo si perde completamente di vista l’individuo e l’essere umano con tutte le sue potenzialità, negando ed allontanando sempre più la possibilità di una vita in armonia ed in equilibrio con la Natura, sia dentro che fuori di noi.

“Il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno…. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare” Friedrich Nietzsche

Ed è allora che (ri)entra in scena il dio Pan, in un contesto in cui mente e corpo sono sempre più staccati, il dio rivendica il suo diritto all’esistenza, nell’unica forma espressiva che conosce. Sorprende le persone all’improvviso, facendo perdere loro gli abituali punti di riferimento, al punto di pensare di morire o di impazzire. L’attacco di panico si configura come un attacco improvviso alla quotidianità di un’esistenza alienata, che fa sprofondare chi ne è soggetto in una dimensione dimenticata, sconosciuta e terrifica. D’altro canto, l’attacco di panico porta con sé una forte intenzionalità di contatto con le nostre parti arcaiche e dimenticate che ci connettono intimamente alla Natura, di cui facciamo ancora parte. L’attacco di panico, porta con sé un messaggio talmente forte di disperazione, solitudine ma anche di speranza, da essere incomprensibile nella sua immediatezza; utilizza un registro sconosciuto e indecifrabile che lascia spazio soltanto all’angoscia.

“Eppure chi soffre e manifesta il sintomo, è in qualche modo una persona che protesta, che insorge contro l’alienazione, pur nella confusione e nel senso di disfatta. Chi soffre di attacchi di panico sta tentando, nel paradosso del terror panico, di contattare quella parte profonda di sé che non vuole rinunciare al sentimento panico, linfa vitale dell’armonia del rapporto tra gli esseri umani e la natura. Il dio Pan ne era la concretizzazione vivente: e tutto il mondo oggi ne avverte la nostalgia ed il terrore” (Rasicci Luciana – L’epoca del panico – CLUEB 2011 pag. 10)

Il panico rappresenta in maniera drammatica il fallimento di un modello sociale ed economico, tuttavia porta con sé enormi potenzialità nella direzione del suo superamento, che passa dalla percezione della propria debolezza e dal riconoscimento ed accettazione delle fragilità. È necessario andare oltre l’esperienza soggettiva di vuoto e di solitudine, per essere in grado di cogliere l’opportunità di rimettere in discussione e riconsiderare i propri bisogni e le proprie motivazioni, per liberarsi dagli introietti sociali che pregiudicano il nostro benessere, condizionando le nostre risposte. Ridefinire e riconoscere i nostri limiti ci offre la possibilità di sperimentare un’alternativa sostenibile, in cui ci sia spazio per la lentezza, il silenzio, l’ascolto, la rinuncia all’ossessiva ricerca di stimoli. Il sapersi abbandonare, insieme alla capacità di stare all’interno di un campo sociale complesso ed incerto, dal quale emerge il bisogno di costruire e favorire legami sociali che consentano processi di identificazione e differenziazione e che permettano la creazione di appartenenze sufficientemente solide e flessibili, in grado di sostenere nelle difficoltà, sono alla base di un incontro maggiormente adattato e creativo tra organismo e ambiente, che renda possibile entrare in contatto con le nostre componenti istintuali e arcaiche, che ci connettono intimamente alla natura, di cui facciamo parte.

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